Esmahan Aykol
pp. 318
Sellerio editore
Euro 14
recensione di
Paola Borraccino
Somiglia a casa nostra la Turchia descritta da Esmahan Aykol, purtroppo! Un certo spregio delle regole da parte dei potenti, i soliti eroi borghesi che con abnegazione e buona volontà cercano di impedire la distruzione e lo sfacelo completo. Poi le atmosfere, il modo di porsi delle persone.
Balena in mente la frase del film Mediterraneo di Salvatores "...Italiani! Una faccia una razza". Dovremmo rammentarlo a noi stessi che condividiamo lo stesso straordinario retroterra culturale: secoli di incroci e di convivenza (fosse anche bellicosa) hanno creato un legame con questo popolo. Confesso che anch'io, soltanto dopo un recente soggiorno in Turchia, ho rivisto l'idea che astrattamente mi ero fatta di questo paese, a conferma di ciò che dice Miguel de Unamuna, secondo cui "il razzismo di cura viaggiando".
Questa premessa spiega il perché mi sia avvicinata al libro di Esmahan Aykol (titolo originale "Scheidung auf Türkisch"): sono incuriosita dagli autori turchi che hanno vissuto in Europa, perché restituiscono uno sguardo particolarmente attento sui propri connazionali; le loro analisi sono articolate perché possiedono maggiori strumenti critici.
Ho apprezzato gli scanzonati racconti gialli di Jacob Arjouni, il tenero film "Soul kitchen" di Fatih Akin, ma anche il telefilm sempliciotto ma brioso "Kebab for brekfast".
Insomma, ero benevolmente disposta nei confronti di questo libro. E invece mi sbagliavo.
L'autrice scrive in maniera corretta, ma piatta. Il racconto nel complesso è mediocre. I protagonisti sono insulsi, non si riesce a creare un rapporto di umana simpatia neanche con la vittima (si tratta di un giallo). Non c'è un personaggio che abbia il minimo appeal. L'impianto del racconto è banale.
Sulla quarta di copertina si legge: "Terzo caso per l'avventurosa Kati Hirschel, la libraia di Istanbul, venuta dalla natia Germania, ma ormai più stambuliota di chiunque altro ... Da poco tempo proprietaria di una nuova casa, giunta al negozio Kati riceve la telefonata del suo collaboratore, il mondano Fofo le dice che su internet c'è una notizia ... è morta Sani Ankaraligil, sposa del rampollo di una delle casate più in vista del paese. La signora aveva avviato le pratiche del divozio".
Come svolge le indagini questa investigatrice per caso e per curiosità? In modo dilettantesco e poco convincente. L'autrice scrive senza cognizione di causa; tutto è abbozzato e approssimativo.
Poi un tratto stilistico (per così dire) davvero insopportabile: l'io narrante in prima persona si rivolge di continuo ai lettori, come in una brutta televendita Aykol non rinuncia mai ad ammiccare e a chiamare l'applauso.
Ciò che salva il testo è qualche accenno al paese reale, veloci istantanee di quotidianità, per il resto bocciato.
Voto 5 1/2
Consiglio
Non ho letto i precedenti lavori della medesima autrice, Hotel Bosforo e Appartamento a Istanbul, ma sono più famosi di quest'ultimo e non potranno essere peggiori (per lo meno voglio ben sperarlo!); forse è meglio sfogliare in libreria uno dei due prima di un eventuale acquisto, visto che Divorzio alla turca proprio non lo consiglio.
La citazione p. 157
"Come potete ben immaginare, fui costretta a rassicurarlo. Non potevo stare seduta in casa sua a bere caffè e contemporaneamente dargli dell'assassino. Sarebbe stato molto sconveniente".
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lunedì 28 maggio 2012
martedì 31 agosto 2010
Il mirto e la rosa
di Annie Messina ( Gamila Ghàli)
Sellerio editore 1982
196 pp.
10 Euro
recensione di Paola Borraccino
Finalmente un bel libro, dopo tanti libri appena leggibili o carini, che certo non starò a recensire!
Ospite da amici ho preso tra le mani questo piccolo oggetto, che aveva colpito la mia attenzione per la raffigurazione evidentemente orientale. Le prime pagine scorrevoli, semplici, un incipit fiabesco, stile Mille e una notte, allora ho provato ad apertura di pagina e mi sono imbattuta in una avvincente descrizione di una battaglia; sono tornata all'inizio e così ho scoperto i protagonisti.
A questo punto ho proseguito ed ho trovato di tutto: avventura, storia, passione, elementi della cultura araba, una prosa elegante. Ero arrivata a metà, dunque ho memorizzato il capitolo seguente, con l'intenzione di ricominciare dal segno l'indomani. Poi mi sono detta: "Ancora un po' e vado ma dormire". E invece no: sono arrivata a pagina 196 per decidermi a chiudere, cioè l'ho dovuto finire, non c'è stato verso. Erano le 3.10 a.m., non so se mi spiego, è il potere che solo i buoni libri sprigionano.
A proposito della trama vi rimando alla recensione di Fulvio Diego Papouchado , molto dettagliata; io preferisco a limitarmi a segnalare che, come è scritto nella quarta di copertina, si tratta del racconto di un amore assoluto e totale, del nostro tempo e di ogni tempo. E la rosa e il mirto simboleggiano i due protagonisti: il mirto della virilità, la rosa della fanciullezza.
Comunque, tanto per essere chiari, è un sentimento che lega un uomo ad un adolescente. Immagino a questo punto cosa possa venire in mente, ma proprio questa è la forza di questo testo: l'autrice riesce a parlare di un argomento tra i più peculiari, senza morbosità, con delicatezza e sobrietà, forse perché è una donna.
Di certo un uomo non avrebbe mai potuto scrivere una cosa del genere, non fosse altro per paura di essere accusato di pedofilia. Affrontare un tema così difficile significa camminare su una corda tesa su un burrone: un passo falso e sei finito.
Annie Messina riesce a tenere il lettore in equilibrio tra il sacrosanto rispetto della purezza di un fanciullo e lo sforzo di capire cosa ci sia dietro a determinati sentimenti, il tutto con tocco lieve, persino quando descrive i lati violenti di una società conservatrice, in un'epoca lontana, che però tutto concede ai potenti (per certi versi, neanche tanto diversa dalla nostra).
Concludo riportando le parole di Papouchado: "sembra di leggere un componimento in versi, il cui pregio, forse intenzionale, è quello di esaltare la potenza dell'amore e del dolore, ma proprio perché i sentimenti sono così marcati, netti, senza sfumature, si ha subito l'impressione, giusta, che sia solo una parabola attingente dai miti orientali".
Proprio in quanto favola, l'opera può essere letta (oltre al non trascurabile particolare che non vi intercorrano rapporti sessuali tra i due protagonisti). Ci tengo a rilevare che una cosa è raccontare sentimenti, altra cosa è giustificare la PEDOFILIA, che è DA CONDANNARE SEMPRE, perché è una violenza esercitata contro chi è più indifeso, quindi esecrabile e vile.
Consigliato a coloro che possiedano una cultura classica, perché chi ha letto gli autori greci può meglio apprezzare un certo tipo di narrazione.
Voto 7 e 1/2
La citazione
p. 121
"... guardava le stelle apparire una a una nel dolce cielo d'estate, e sapeva che quando le costellazioni avessero cominciato a declinare verso l'orizzonte occidentale, nel momento in cui le forze del giorno che finisce si esauriscono e le forze del giorno nascente non si sono affermate ancora, in quel momento il fanciullo sarebbe ... "
Sellerio editore 1982
196 pp.
10 Euro
recensione di Paola Borraccino
Finalmente un bel libro, dopo tanti libri appena leggibili o carini, che certo non starò a recensire!
Ospite da amici ho preso tra le mani questo piccolo oggetto, che aveva colpito la mia attenzione per la raffigurazione evidentemente orientale. Le prime pagine scorrevoli, semplici, un incipit fiabesco, stile Mille e una notte, allora ho provato ad apertura di pagina e mi sono imbattuta in una avvincente descrizione di una battaglia; sono tornata all'inizio e così ho scoperto i protagonisti.
A questo punto ho proseguito ed ho trovato di tutto: avventura, storia, passione, elementi della cultura araba, una prosa elegante. Ero arrivata a metà, dunque ho memorizzato il capitolo seguente, con l'intenzione di ricominciare dal segno l'indomani. Poi mi sono detta: "Ancora un po' e vado ma dormire". E invece no: sono arrivata a pagina 196 per decidermi a chiudere, cioè l'ho dovuto finire, non c'è stato verso. Erano le 3.10 a.m., non so se mi spiego, è il potere che solo i buoni libri sprigionano.
A proposito della trama vi rimando alla recensione di Fulvio Diego Papouchado , molto dettagliata; io preferisco a limitarmi a segnalare che, come è scritto nella quarta di copertina, si tratta del racconto di un amore assoluto e totale, del nostro tempo e di ogni tempo. E la rosa e il mirto simboleggiano i due protagonisti: il mirto della virilità, la rosa della fanciullezza.
Comunque, tanto per essere chiari, è un sentimento che lega un uomo ad un adolescente. Immagino a questo punto cosa possa venire in mente, ma proprio questa è la forza di questo testo: l'autrice riesce a parlare di un argomento tra i più peculiari, senza morbosità, con delicatezza e sobrietà, forse perché è una donna.
Di certo un uomo non avrebbe mai potuto scrivere una cosa del genere, non fosse altro per paura di essere accusato di pedofilia. Affrontare un tema così difficile significa camminare su una corda tesa su un burrone: un passo falso e sei finito.
Annie Messina riesce a tenere il lettore in equilibrio tra il sacrosanto rispetto della purezza di un fanciullo e lo sforzo di capire cosa ci sia dietro a determinati sentimenti, il tutto con tocco lieve, persino quando descrive i lati violenti di una società conservatrice, in un'epoca lontana, che però tutto concede ai potenti (per certi versi, neanche tanto diversa dalla nostra).
Concludo riportando le parole di Papouchado: "sembra di leggere un componimento in versi, il cui pregio, forse intenzionale, è quello di esaltare la potenza dell'amore e del dolore, ma proprio perché i sentimenti sono così marcati, netti, senza sfumature, si ha subito l'impressione, giusta, che sia solo una parabola attingente dai miti orientali".
Proprio in quanto favola, l'opera può essere letta (oltre al non trascurabile particolare che non vi intercorrano rapporti sessuali tra i due protagonisti). Ci tengo a rilevare che una cosa è raccontare sentimenti, altra cosa è giustificare la PEDOFILIA, che è DA CONDANNARE SEMPRE, perché è una violenza esercitata contro chi è più indifeso, quindi esecrabile e vile.
Consigliato a coloro che possiedano una cultura classica, perché chi ha letto gli autori greci può meglio apprezzare un certo tipo di narrazione.
Voto 7 e 1/2
La citazione
p. 121
"... guardava le stelle apparire una a una nel dolce cielo d'estate, e sapeva che quando le costellazioni avessero cominciato a declinare verso l'orizzonte occidentale, nel momento in cui le forze del giorno che finisce si esauriscono e le forze del giorno nascente non si sono affermate ancora, in quel momento il fanciullo sarebbe ... "
domenica 1 agosto 2010
IL POLIZIOTTO CHE RIDE di Maj Sjöwall e Per Wahlöö
Sellerio editore 2007
(l'originale fu pubblicato a Stoccolma nel 1968
col titolo Den skrattande polisen)
12 Euro
388 pp
recensione di
Paola Borraccino
Questo libro non è un poliziesco è il poliziesco per antonomasia, nel suo genere perfetto.
Mi è stato consigliato da un funzionario di alto grado della Polizia di Stato, anch'egli scrittore, al quale avevo chiesto un suggerimento da esperto per un giallo che fosse improntato ai più rigorosi criteri scientifici dell'indagine: quando si dice parlare con cognizione di causa.
I due autori sono di origine svedese, ma nulla hanno a che vedere con Stieg Larsson, che non sono proprio riuscita a leggere. Essi erano compagni nella vita (lei è ancora vivente) e iniziarono la loro collaborazione subito dopo il loro matrimonio, pubblicando un romanzo all'anno fino al 1975 (anno della morte di lui), per un totale di 10 romanzi, i quali hanno per protagonisti l'ispettore Martin Beck.
La prima edizione de Il poliziotto che ride risale all'anno 1968 ed è il quarto titolo della serie che la Sellerio sta proponendo al pubblico italiano dal 2005, grazie al quale i suoi autori vinsero il premio Edgar.
Personalmente, ho subito riconosciuto in me i sintomi della fascinazione: dopo poche pagine ero già completamente catturata dal racconto e so già che mi comprerò tutti gli altri nove libri, a partire dal primo.
Maj Sjöwall e Per Wahlöö descrivono il lavoro di squadra omicidi di Stoccolma., in cui l'apporto di ciascuno è necessario, e la procedura investigativa nella sua realtà, anche prosaica, fatta anche di momenti di noia, di frustrazione, di stallo, di intuizioni sbagliate, di piccoli errori e di piccoli, ma significativi progressi.
Tutti i personaggi, a partire dal protagonista, sono colti sia nella loro dimensione professionale sia in quella domestica, pertanto si stagliano dalla pagina come uomini e donne a tutto tondo, non sono mai stereotipi di carta.
Il punto forte della narrazione è che è sottesa al racconto del caso da risolvere la rappresentazione della società svedese di quegli anni, cioé la grande social-democrazia scandinava, sicuramente diversa dalla immagine patinata che ci è stata trasmessa. Nella nota editoriale, che precede il "romanzo su un crimine" (sottotitolo dell'originale) sono riportate le parole di Wahlöö: Ci proponiamo di "usare il romanzo poliziesco come uno scalpello per rompere il vaso ideologico, pauperizzato, e moralmente discutibile sedicente welfare state di tipo borghese. Vogliamo mostrare al lettore che sotto l'immagine ufficiale del welfare state c'è un altro strato in cui povertà, criminalità e brutalità sussistono sotto una luccicante superficie".
Aggiungo un particolare della biografia degli autori: entrambi erano giornalisti, infatti si conobbero in redazione. Questo dato è importante e spiega la loro attenzione per un resoconto puntuale e veritiero e traspare nella prosa asciutta, senza mai sbavature, che pure sa coinvolgere il lettore, con un crescendo di tensione, obbligandolo a non poggiare il libro. Erano le due di notte ed io mi dicevo: "Un altro paio di pagine e mi metto a dormire, perché è tardi". Invece niente: sono stata sveglia fino alle 3.40, ora in cui sono arrivata all'ultima pagina.
Ma così è, quando un libro è un buon libro.
Voto: come giallo 8 - (manca solo di un pizzico di ironia che spezzi in qualche momento l'austerità del racconto); come libro per tutti 7. A differenza di Sciascia o Scerbaneco, non mi sentirei di consigliarlo a chi non ama il genere.
La citazione
p. 37 e 38
- Ah, commissario...
- Sì?
- Uno dei morti... sembra che sia uno dei suoi uomini.
Martin Beck strinse il ricevitore.
- Chi?
- Non lo so. Non è stato fatto nessun nome.
Martin Beck buttò giù la cornetta e appoggiò la fronte alla parete. Lennart! Deve essere lui. Cosa diavolo ci faceva fuori, sotto la pioggia? Cosa diavolo doveva fare sull'autobus numero 47? No, non Kollberg, doveva esserci un errore.
Sollevò la cornetta e compose il numero di Kollberg. Un segnale. Due. Tre. Quattro. Cinque.
- Casa Kollberg.
Era la voce assonnata di Gun. Martin Bck cercò di restare calmo e sembrare naturale.
- Ciao. Lennart è lì?
Gli parve di sentire il cigolio del letto quando lei si tirò su, e passò un'eternità prima che rispondesse.
- No, non a letto, almeno. Credevo che fosse con te. O meglio, che tu fossi qui.
- E' uscito insieme a me, per fare una passeggiata. Sicura che non sia in casa?
- Forse in cucina. Aspetta che vado a vedere.
Passò un'eternità prima che tornasse.
- No, Martin, non è a casa.
Adesso la sua voce era ansiosa.
- Dove pensi che sia finito - disse. - Con questo tempo?
- Sarà fuori a prendere una boccata d'aria. Io sono appena arrivato a casa, quindi non è fuori da molto. Non preoccuparti.
- Devo dirgli di telefonarti, quando torna?
Adesso sembrava più tranquilla.
- Non è così importante. Buonanotte. Ciao.
Riagganciò e all'improvviso sentì un freddo tale da tremare. Sollevò di nuovo la cornetta e pensò che doveva telefonare a qualcuno, per chiedere esattamente cosa fosse accaduo. Poi si decise che il modo migliore era di andare di persona sul luogo dell'incidente il prima possibile.
(l'originale fu pubblicato a Stoccolma nel 1968
col titolo Den skrattande polisen)
12 Euro
388 pp
recensione di
Paola Borraccino
Questo libro non è un poliziesco è il poliziesco per antonomasia, nel suo genere perfetto.
Mi è stato consigliato da un funzionario di alto grado della Polizia di Stato, anch'egli scrittore, al quale avevo chiesto un suggerimento da esperto per un giallo che fosse improntato ai più rigorosi criteri scientifici dell'indagine: quando si dice parlare con cognizione di causa.
I due autori sono di origine svedese, ma nulla hanno a che vedere con Stieg Larsson, che non sono proprio riuscita a leggere. Essi erano compagni nella vita (lei è ancora vivente) e iniziarono la loro collaborazione subito dopo il loro matrimonio, pubblicando un romanzo all'anno fino al 1975 (anno della morte di lui), per un totale di 10 romanzi, i quali hanno per protagonisti l'ispettore Martin Beck.
La prima edizione de Il poliziotto che ride risale all'anno 1968 ed è il quarto titolo della serie che la Sellerio sta proponendo al pubblico italiano dal 2005, grazie al quale i suoi autori vinsero il premio Edgar.
Personalmente, ho subito riconosciuto in me i sintomi della fascinazione: dopo poche pagine ero già completamente catturata dal racconto e so già che mi comprerò tutti gli altri nove libri, a partire dal primo.
Maj Sjöwall e Per Wahlöö descrivono il lavoro di squadra omicidi di Stoccolma., in cui l'apporto di ciascuno è necessario, e la procedura investigativa nella sua realtà, anche prosaica, fatta anche di momenti di noia, di frustrazione, di stallo, di intuizioni sbagliate, di piccoli errori e di piccoli, ma significativi progressi.
Tutti i personaggi, a partire dal protagonista, sono colti sia nella loro dimensione professionale sia in quella domestica, pertanto si stagliano dalla pagina come uomini e donne a tutto tondo, non sono mai stereotipi di carta.
Il punto forte della narrazione è che è sottesa al racconto del caso da risolvere la rappresentazione della società svedese di quegli anni, cioé la grande social-democrazia scandinava, sicuramente diversa dalla immagine patinata che ci è stata trasmessa. Nella nota editoriale, che precede il "romanzo su un crimine" (sottotitolo dell'originale) sono riportate le parole di Wahlöö: Ci proponiamo di "usare il romanzo poliziesco come uno scalpello per rompere il vaso ideologico, pauperizzato, e moralmente discutibile sedicente welfare state di tipo borghese. Vogliamo mostrare al lettore che sotto l'immagine ufficiale del welfare state c'è un altro strato in cui povertà, criminalità e brutalità sussistono sotto una luccicante superficie".
Aggiungo un particolare della biografia degli autori: entrambi erano giornalisti, infatti si conobbero in redazione. Questo dato è importante e spiega la loro attenzione per un resoconto puntuale e veritiero e traspare nella prosa asciutta, senza mai sbavature, che pure sa coinvolgere il lettore, con un crescendo di tensione, obbligandolo a non poggiare il libro. Erano le due di notte ed io mi dicevo: "Un altro paio di pagine e mi metto a dormire, perché è tardi". Invece niente: sono stata sveglia fino alle 3.40, ora in cui sono arrivata all'ultima pagina.
Ma così è, quando un libro è un buon libro.
Voto: come giallo 8 - (manca solo di un pizzico di ironia che spezzi in qualche momento l'austerità del racconto); come libro per tutti 7. A differenza di Sciascia o Scerbaneco, non mi sentirei di consigliarlo a chi non ama il genere.
La citazione
p. 37 e 38
- Ah, commissario...
- Sì?
- Uno dei morti... sembra che sia uno dei suoi uomini.
Martin Beck strinse il ricevitore.
- Chi?
- Non lo so. Non è stato fatto nessun nome.
Martin Beck buttò giù la cornetta e appoggiò la fronte alla parete. Lennart! Deve essere lui. Cosa diavolo ci faceva fuori, sotto la pioggia? Cosa diavolo doveva fare sull'autobus numero 47? No, non Kollberg, doveva esserci un errore.
Sollevò la cornetta e compose il numero di Kollberg. Un segnale. Due. Tre. Quattro. Cinque.
- Casa Kollberg.
Era la voce assonnata di Gun. Martin Bck cercò di restare calmo e sembrare naturale.
- Ciao. Lennart è lì?
Gli parve di sentire il cigolio del letto quando lei si tirò su, e passò un'eternità prima che rispondesse.
- No, non a letto, almeno. Credevo che fosse con te. O meglio, che tu fossi qui.
- E' uscito insieme a me, per fare una passeggiata. Sicura che non sia in casa?
- Forse in cucina. Aspetta che vado a vedere.
Passò un'eternità prima che tornasse.
- No, Martin, non è a casa.
Adesso la sua voce era ansiosa.
- Dove pensi che sia finito - disse. - Con questo tempo?
- Sarà fuori a prendere una boccata d'aria. Io sono appena arrivato a casa, quindi non è fuori da molto. Non preoccuparti.
- Devo dirgli di telefonarti, quando torna?
Adesso sembrava più tranquilla.
- Non è così importante. Buonanotte. Ciao.
Riagganciò e all'improvviso sentì un freddo tale da tremare. Sollevò di nuovo la cornetta e pensò che doveva telefonare a qualcuno, per chiedere esattamente cosa fosse accaduo. Poi si decise che il modo migliore era di andare di persona sul luogo dell'incidente il prima possibile.
martedì 27 luglio 2010
Il re dei giochi
di Marco Malvaldi
Sellerio editore 2010
192 pp
13 Euro
recensione di Paola Borraccino
Gustoso come un gelato zuppa inglese e caffé questo lavoro di Marco Malvaldi, pubblicato dalla Sellerio, il terzo dopo Il gioco delle tre carte e La briscola in cinque, siamo già alla serie, quindi.
I precedenti titoli non li ho letti e mi riservo di controllare che l'autore non si ripeta, ma se anche fosse glielo possiamo anche perdonare, dal momento che Camilleri continua a stravendere descrivendo da sempre la stessa donna ad una dimensione nei suoi innumerevoli romanzi...
Tornando all'autore de "Il re dei giochi" mi preme sottolineare che Malvaldi è nato nel 1974 e questo fa piacere: in una società gerontocratica come quella italiana finalmente trovano spazio autori giovani (Lagioia, Baccomo, Ricci, tanto per citare solo quelli che ho recensito).
Il libro è ascrivibile alla categoria dei gialli, ma questo giallo è screziato di rosa, una indagine fondata sul pettegolezzo.
La quarta di copertina riporta:
"Re dei giochi è il biliardo nuovo all'italiana giunto al BarLume. Ampelio il nonno, Aldo l'intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, e il Del Tacca del Comune (per distinguerlo da altri tre Del Tacca) vi si sono accampati e da lì sezionano con geometrica esattezza gli ultimi fatti di Pineta, tra cui il terribile incidente della statale: è morto un ragazzino e sua madre è in coma profondo; sono gli eredi di un ricchissimo costruttore. La madre è anche la segretaria di un uomo politico impegnato nella campagna elettorale. Non sembra un delitto. Manca il movente e pure l'occasione... Ma la donna muore in ospedale, uccisa in modo maldestro. E sulle iperboliche ma sapienti maldicenze dei quattro ottuagenari cala, come una mente ordinatrice, l'intuizione logica del barista Massimo, investigatore per amor di pace".
Chi fosse alla ricerca di una trama con un meccanismo rigoroso, scelga un altro titolo.
Questo è un libro che si legge per trascorrere un paio di ore leggere, come se si facesse una partita di burraco in spiaggia, stando attenti più alle chiacchiere dei vicini dell'ombrellone accanto piuttosto che all'andamento del gioco, è solo questo.
Mi è venuto in mente leggendolo l'associazione con Andrea Vitali, ne La figlia del podestà, stessa ambientazione in provincia (anche se si tratta di aree geografiche diverse), dimensione corale, vizi privati e pubbliche virtù, chiacchiere di paese, i notabili del posto, tutti descritti in uno stile che non raggiunge mai vette, ma rimane pur sempre godibile. Per essere cattivi, si potrebbe dire che costoro sono gli emuli di Heinrich Mann, il quale ne La piccola città, confrontandosi con le stesse tematiche, ha raggiunto l'eccellenza.
Questo nulla toglie alla narrazione di Malvaldi, che semmai ha il problema di essere un poco statica, dato che l'azione è confinata tra le mura del Bar Lume.
L'altro limite è costituito dalle troppe traslitterazioni della parlata pisana.
Quello di riportare costrutti e modi di dire della propria terra è un vezzo che sta prendendo piede negli ultimi anni, rialnciato proprio dal già citato Camilleri. Ora, io starei attenta, perché uno che vende milioni di libri in un continente (per non parlare delle trasposizioni su pellicola che fanno il giro del mondo), può permettersi di fare quello che vuole, tanto la critica coccola chi vende e i lettori sono affezionati allo stile del loro beniamino. Un esordiente dovrebbe, al contrario, non farsi prendere la mano, perché delle volte la lettura risulta appensantita, senza contare che Verga (mica l'ultima degli ignoranti come me) dosava sapientemente italiano perfetto e lingua in presa diretta.
Consigliato a coloro che hanno antipatia per i vecchietti: questi sono irresistibili come i mitici personaggi del Muppet Show e per coloro che vivono nelle metropoli ma che nutrano di nascosto nostalgia per i ritmi lenti della provincia.
La citazione: "Anche quest'anno sembrava d'aver trovato un bell'omicidio per passare il tempo e loro vengono a rovinarti tutto".
Voto 7 - (Il libro sconta dei passaggi forzati e la struttura dell'indagine è, pur sempre, carente)
Statler e Waldorf, la coppia di uomini anziani (spettatori seduti su un palco posto alla destra dell'ipotetico proscenio del teatro di posa) i quali erano soliti commentare i contenuti dello spettacolo del Muppet Show con una vena polemica tipica del cliché dei vecchietti brontoloni, e ai quali tocca la battuta conclusiva di ogni puntata, al termine della sigla finale.
(immagine tratta dal blog Chi ha corrotto David Mills )
Sellerio editore 2010
192 pp
13 Euro
recensione di Paola Borraccino
Gustoso come un gelato zuppa inglese e caffé questo lavoro di Marco Malvaldi, pubblicato dalla Sellerio, il terzo dopo Il gioco delle tre carte e La briscola in cinque, siamo già alla serie, quindi.
I precedenti titoli non li ho letti e mi riservo di controllare che l'autore non si ripeta, ma se anche fosse glielo possiamo anche perdonare, dal momento che Camilleri continua a stravendere descrivendo da sempre la stessa donna ad una dimensione nei suoi innumerevoli romanzi...
Tornando all'autore de "Il re dei giochi" mi preme sottolineare che Malvaldi è nato nel 1974 e questo fa piacere: in una società gerontocratica come quella italiana finalmente trovano spazio autori giovani (Lagioia, Baccomo, Ricci, tanto per citare solo quelli che ho recensito).
Il libro è ascrivibile alla categoria dei gialli, ma questo giallo è screziato di rosa, una indagine fondata sul pettegolezzo.
La quarta di copertina riporta:
"Re dei giochi è il biliardo nuovo all'italiana giunto al BarLume. Ampelio il nonno, Aldo l'intellettuale, il Rimediotti pensionato di destra, e il Del Tacca del Comune (per distinguerlo da altri tre Del Tacca) vi si sono accampati e da lì sezionano con geometrica esattezza gli ultimi fatti di Pineta, tra cui il terribile incidente della statale: è morto un ragazzino e sua madre è in coma profondo; sono gli eredi di un ricchissimo costruttore. La madre è anche la segretaria di un uomo politico impegnato nella campagna elettorale. Non sembra un delitto. Manca il movente e pure l'occasione... Ma la donna muore in ospedale, uccisa in modo maldestro. E sulle iperboliche ma sapienti maldicenze dei quattro ottuagenari cala, come una mente ordinatrice, l'intuizione logica del barista Massimo, investigatore per amor di pace".
Chi fosse alla ricerca di una trama con un meccanismo rigoroso, scelga un altro titolo.
Questo è un libro che si legge per trascorrere un paio di ore leggere, come se si facesse una partita di burraco in spiaggia, stando attenti più alle chiacchiere dei vicini dell'ombrellone accanto piuttosto che all'andamento del gioco, è solo questo.
Mi è venuto in mente leggendolo l'associazione con Andrea Vitali, ne La figlia del podestà, stessa ambientazione in provincia (anche se si tratta di aree geografiche diverse), dimensione corale, vizi privati e pubbliche virtù, chiacchiere di paese, i notabili del posto, tutti descritti in uno stile che non raggiunge mai vette, ma rimane pur sempre godibile. Per essere cattivi, si potrebbe dire che costoro sono gli emuli di Heinrich Mann, il quale ne La piccola città, confrontandosi con le stesse tematiche, ha raggiunto l'eccellenza.
Questo nulla toglie alla narrazione di Malvaldi, che semmai ha il problema di essere un poco statica, dato che l'azione è confinata tra le mura del Bar Lume.
L'altro limite è costituito dalle troppe traslitterazioni della parlata pisana.
Quello di riportare costrutti e modi di dire della propria terra è un vezzo che sta prendendo piede negli ultimi anni, rialnciato proprio dal già citato Camilleri. Ora, io starei attenta, perché uno che vende milioni di libri in un continente (per non parlare delle trasposizioni su pellicola che fanno il giro del mondo), può permettersi di fare quello che vuole, tanto la critica coccola chi vende e i lettori sono affezionati allo stile del loro beniamino. Un esordiente dovrebbe, al contrario, non farsi prendere la mano, perché delle volte la lettura risulta appensantita, senza contare che Verga (mica l'ultima degli ignoranti come me) dosava sapientemente italiano perfetto e lingua in presa diretta.
Consigliato a coloro che hanno antipatia per i vecchietti: questi sono irresistibili come i mitici personaggi del Muppet Show e per coloro che vivono nelle metropoli ma che nutrano di nascosto nostalgia per i ritmi lenti della provincia.
La citazione: "Anche quest'anno sembrava d'aver trovato un bell'omicidio per passare il tempo e loro vengono a rovinarti tutto".
Voto 7 - (Il libro sconta dei passaggi forzati e la struttura dell'indagine è, pur sempre, carente)
Statler e Waldorf, la coppia di uomini anziani (spettatori seduti su un palco posto alla destra dell'ipotetico proscenio del teatro di posa) i quali erano soliti commentare i contenuti dello spettacolo del Muppet Show con una vena polemica tipica del cliché dei vecchietti brontoloni, e ai quali tocca la battuta conclusiva di ogni puntata, al termine della sigla finale.
(immagine tratta dal blog Chi ha corrotto David Mills )
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