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venerdì 3 settembre 2010

Carlo Alberto Dalla Chiesa

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa con la moglie Emanuela Setti Carraro, insieme all'agente Domenico Russo, furono uccisi in un agguato mafioso a colpi di kalashnikov, nella strage di via Carini






  "Un servitore dello Stato di cui lo Stato prima si è servito, poi ha abbandonato per fini poco attinenti alla salvaguardia dello Stato", questo ho pensato ieri in tarda serata, mentre guardavo la puntata de La storia siamo noi, che ha ripercorso la vita del generale Dalla Chiesa (al momento della sua uccisione in carica come "super prefetto" a Palermo) e i drammatici mesi che hanno preceduto la sua uccisione.
  La redazione di Minoli, come al solito eccellente, ha ricostruito fedelmente le tappe salienti della biografia, lumeggiando bene allo stesso tempo l'uomo ed il carabiniere.
  I successi riportati da Dalla Chiesa sono troppo numerosi per essere qui elencati, ma bisogna almeno ricordare il fatto che Carlo Alberto Dalla Chiesa è considerato colui che maggiormente ha contribuito alla vittoria dello Stato contro il terrorismo.
  Proprio in virtù di ciò, l'allora Ministro dell'Interno Virginio Rognoni lo volle a capo della prefettura del capoluogo siciliano; il Vicecomandante Generale dell'Arma Dalla Chiesa ebbe delle perplessità in merito all'incarico, in quanto una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non gli interessava, gli interessava di più lottare contro la Mafia e i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato.
  Fu convinto ad accettare, con la promessa che avrebbe avuto quanto richiesto e che lo Stato l'avrebbe sostenuto in tutto e per tutto, quindi nel maggio del 1982 assunse formalmente l'incarico; ma egli era stato inviato "in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì" (come egli stesso dichiarò).
  Durante quei suoi "Cento giorni a Palermo" (si veda il film di Giuseppe Ferrara del 1984) i suoi familiari testimoniano che le sue richieste riamanevano tutte inascoltate e il Governo, soprattutto nella persona dell'allora Primo Ministro Giovanni Spadolini, ignorò le telefonate e le lettere del Prefetto palermitano, in cui Dalla Chiesa denunciava la collusione del potere politico con la Mafia, in particolare i grandi elettori democristiani della corrente andreottiana.
  Le dichiarazioni dello stesso Spadolini, interrogato dai giornalisti, sul perché non fossero state prese in considerazione con la dovuta attenzione le segnalazioni del Generale, furono imbarazzate, balbettanti e indecenti: si legga il post "Il Generale Dalla Chiesa e le mani nere della DC".
  Sempre nello stesso blog, Paese senza memoria, nel su citato post, si possono leggere le agghiaccianti risposte di Giulio Andreotti al Generale durante una conversazione, prima che Dalla Chiesa si trasferisse come Prefetto a Palermo, ma soprattutto quella data ai giornalisti del perché egli non si fosse recato al funerale ("preferisco i battesimi...").
  Intorno all'omicidio Dalla Chiesa si annodano inevitabilmente altri segreti della vita della nostra Repubblica, tra tutti il memoriale di Moro, rinvenuto nel doppio fondo di un appartamento in via Monte Nevoso, che era servito come covo di alcuni brigatisti. Tali documenti furono consegnati da il generale a Giulio Andreotti (allora Primo Ministro), ma la figlia di Emanuela Setti Carraro ha dichairato che la madre le aveva confidato che Dalla Chiesa non aveva consegnato tutte le carte rinvenute, le quali contenevano segreti estremamenti gravi, che il marito le aveva fatto giurare di non rivelare a nessuno.
  Degli stessi documenti (i cd. memoriali) parlò Mino Pecorelli, il direttore della rivista OP e amico del Generale; egli annunciò che li avrebbe pubblicati integralmente, ma fu ucciso il 20 marzo del 1979 prima che riuscisse a preparare il numero della sua rivista.
  La sorella del giornalista ucciso dichiarò che Dalla Chiesa aveva incontrato pochi giorni prima il fratello e, in quella occasione, il Generale avrebbe confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro, consegnandolgli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti (fonte articolo di Repubblica 11 giugno 1993 di Giovanni Maria Bellu "E Andreotti disse: fermate Pecorelli").
  Inutile continuare, sugli anni della notte della Repubblica sono state scritte intere biblioteche ed io non ho gli strumenti certo per scoprire qualcosa di nuovo. Posso solo, come cittadina, cercare di capire cosa succede intorno a me, per questo ben vengano puntate come quelle de La storia siamo noi, che ci aiutano a coltivare il vizio della memoria!
  Per esempio oggi anche un altro blogger Carlo Cortesi ha commemorato il ventottesimo anniversario della morte del Generale, di sua moglie e dell'agente di scorta Domenico Russo, pubblicando la superba intervista che Giorgio Bocca fece a Dalla Chiesa il 10 agosto per Repubblica, in cui è descritta anche fisicamente la solitudine in cui era stato abbandonato Dalla Chiesa; le istituzioni lo avevano lasciato solo a combattere contro la mafia. Le parole del Generale sono lucidissime ed individuano responsabilità, quantomeno morali, precise e inconfutabili; sono quelle di un soldato che, mentre gli ufficiali ed il resto della truppa hanno battuto la ritirata alla chetichella, sceglie con coraggio di rimanere a combattere da solo in un avamposto sperduto, per il senso dell'onore e per difendere le istituzioni, lo Stato, la democrazia.
  Vi invito a rileggere quelle parole e a  tenere a mente i fatti, affinché poi non ci vengano a dipingere come padri della Patria le persone sbagliate.
  Penso alla testimonianza di Rita Dalla Chiesa, figlia del Generale, la quale racconta che, al termine della funzione, lei, suo fratello Nando e la sorella furono caricati su un taxi; una donna del popolo si staccò dalla folla urlante che imprecava contro il corteo dei politici presenti e si affacciò dal finestrino aperto nell'interno dell'abitacolo dell'autovettura ed in lacrime disse: "Scusateci ragazzi, ma non siamo stati noi!".
  Inquietante.

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 Dopo 32 anni dalla strage le parole del boss Riina (intercettato nel parlatoio del carcere) confermano i sospetti dei familiari del Generale: Dalla Chiesa fu ucciso da "uomini di Stato".

sabato 7 agosto 2010

Ninni Cassarà. Morte di un commissario

"Ninni Cassarà. Morte di un commissario" è il titolo del reportage di Francesca Fagnani, andato in onda il 5 agosto 2010 scorso su Rai2, nella puntata de "La storia siamo noi", trasmessa per ricordare la figura di Ninni (Antonino) Cassarà a 25 anni dalla sua uccisione (avvenuta il 6 agosto 1985).

Una fotografia che ritrae il vicequestore Ninni Cassarà pochi mesi prima che fosse ucciso all'età di 37 anni.



















   Descritto dalle cronache dell'epoca come moderno e sfrontato, il commissario aveva eccellenti doti di dirigente (era a capo della squadra investigativa a Palermo), ma anche tutte le qualità di un ottimo poliziotto, tanto è vero che non disdegnava operazioni come la stesura manuale di un interrogatorio o il lavoro di pedinamento. Un'abnegazione incomparabile al lavoro, che divenne totalizzante negli ultimi tempi, quando egli era alla ricerca degli assassini dei colleghi caduti nella lotta contro la mafia.
  Per le sue qualità professionali e umane era molto stimato e amato dai suoi sottoposti, tanto è vero che il giovanissimo agente Roberto Antiochia, rientrò qualche giorno prima dalle ferie appositamente per fare da scorta al capo, per non lasciare il commissario solo (queste le sue parole, rivolte alla madre il giorno della sua partenza); infatti fu ucciso insieme a Cassarà nell'agguato. Tali sentimenti erano ricambiati dal funzionario, il quale per eccesso d'amore paterno commise uno sciagurato sbaglio, per coprire proprio un guaio commesso dai suoi uomini, mentre egli era altrove.
  Il 28 luglio 1985, infatti, era stato ucciso il collega e amico fraterno di Cassarà, Beppe Montana, detto Serpico, dirigente della sezione che dava la caccia ai latitanti mafiosi, di ritorno da una gita in barca in compagnia della fidanzata e di alcuni amici a Porticello, una località balneare a pochi chilometri da Palermo.
    Nei giorni immediatamente successivi, i poliziotti fermarono un giovane, appartenente ad una famiglia mafiosa, che c'erano buoni motivi di ritenere fosse stata responsabile dell'omicidio di Beppe Montana.
   Il fermato fu sottoposto ad un duro interrogatorio ed, in seguito alle percosse, morì. Ci fu un maldestro tentativo di far passare quell'omicidio per una morte naturale e questo scatenò la reazione veemente dell'opinione pubblica, sapientemente orchestrata da organi di stampa al soldo delle cosche mafiose.
   Il commissario Cassarà assunse su di sé la responsabilità dell'incidente, nonostante non fosse presente in Commissariato al momento dell'episodio e, così facendo, si alienò le simpatie dei cittadini comuni, delusi dai metodi poco democratici della Polizia. 
    Quei terribili anni sono magistralmente raccontati dal giornalista Saverio Lodato nel suo libro "Trent'anni di mafia", che io consiglio di leggere, perché è difficile parlare della storia dell'uomo Cassarà, se non si conosce il contesto in cui egli ha combattuto la sua lotta per la difesa del nostro bellissimo e sciagurato Paese.
    Infine, mi permetto di suggerire alcuni link che potrebbero servire per meglio ricostruire quegli anni.
    Dato che questa estate abbiamo si è parlato di consorterie, cricche e P3, per tenersi preparati potrebbe essere utile ripassare la storia della P2, nella puntata BLU NOTTE- Misteri italiani - L'ombra oscura della P2.
 Si veda anche il video sulla deposizione al processo Chinnici (a partire dal minuto 2.10) , basata sul rapporto 162.

In questa immagine Cassarà è accanto al giudice Giovanni Falcone a al procuratore capo Rocco Chinnici.
  Ancora su Ninni Cassarà si può leggere il post sul blog Parco dei Nebrodi
http://www.aciap.it/ninnicassara%20anniversario.pdf e il video realizzato da Gabriele Suriano .